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The net (il prigioniero coreano)

Un pescatore catturato e torturato

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 09/02/2018

La locandina del film La locandina del film Un’amica di famiglia, grande viaggiatrice e attenta cinefila, ha voluto rendersi conto di persona e più di due anni fa si era già recata sul posto. Intendo nella Corea del nord, a vivere da vicino, almeno da turista, il paese di Kim Jong–un. Non ne ha riportato grandi racconti anche perché laggiù il raggio d’azione del turista è limitato e strettamente sorvegliato. Sono convinto che ne saprà di più, e soprattutto nel male a pari merito sia della Corea del nord che di quella del sud, quando vedrà “The net” l’ultimo film di Kim Ki-duk in uscita in Italia con il titolo “Il prigioniero coreano” dopo l’anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016. “The net” è la rete reale e metaforica che divide in due la Corea da settant’anni, ma è anche la rete, reale e metaforica, dove i pesci restano impigliati e prigionieri senza possibilità di salvezza. E’ la morale del film che il semplice pescatore Nam Chul–voo vive e sconta sulla propria pelle. Fedele coreano del nord, convinto a tal punto del regime in cui vive da tener appese in casa le icone dei vari Kim Il–sung e Kim Jong–il, per una banale avaria al motore della sua barca finisce in acque territoriali della Corea del sud. Verrà trattato da spia, torturato fisicamente e psicologicamente per convincerlo a sconfessare quella metà del paese da cui viene e passare al sud dove sarebbe promosso a eroica icona antinord. Ligio ai diktat della sua Repubblica popolare il pescatore resiste, resiste alle botte, si copre gli occhi per non vedere Seul e le tentazioni del capitalismo e non smette di ripetere di voler solo tornare a casa da sua moglie, dalla sua piccola figlia e riprendere il suo lavoro. Restituito al mittente il pescatore Nam subirà in patria all’apparenza un trattamento mediatico da eroe, in realtà verrà indagato e torturato in modo speculare a quanto li è capitato al sud, in più messo sotto accusa per un giocattolo ricevuto in dono per la sua bambina, come se fosse il cavallo di Troia del sud capitalista. Non c’è scampo per i pesci piccoli come lui finiti nella rete, al sud come al nord. E il finale sarà tragico, senza ombra di redenzione per nessuno dei due paesi. Anche se nella realtà il regista ammette che il suo presidente Moon sia il leader più saggio che abbiano mai avuto da quelle parti, il suo film con quel percorso speculare mostruoso e kafkiano non lascia spiragli di speranza, nè di ricomposizione tra i due paesi  figuriamoci di pace. Solo ai giochi di Pyeongchang le due Coree andranno insieme. Ma perché lo sport è una competizione fisica, ‘un surrogato della guerra’ commenta Kim Ki–duk. 
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