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Ferdinand

Un toro pacifista ieri come oggi

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 11/01/2018

Una scena del film Una scena del film C'era una volta un re, così cominciano le fiabe. Un re? No, un toro, anzi un torello con gli occhi teneri e sgranati come quelli di Bambi. Il torello vive felice su una collinetta all'ombra di un grande albero, saltella, gioca e soprattutto annusa e ama i fiori. Cresce disprezzando le lotte a cornate dei suoi simili. Portato a forza nell’arena – siamo in Spagna ovviamente – neanche vorrebbe uscir fuori davanti alla folla, timido com’è, e una volta a tu per tu col torero si mette ad annusare beato il bouquet che una dama ha lanciato in dono. Viene riportato con ignominia in campagna dove però lui vivrà felice e contento. E pacifista. Uscito nel '38-'39 il cartoon Disney – chiunque può vederlo ancora su youtube - consacrò un libro del '36 "La storia del toro Ferdinando" di Munro Leaf illustrato da Robert Lawson, libro amato da Thomas Mann e da Gandhi ma proibito nella Spagna franchista e toreadora proprio per ostentato pacifismo.
 
Ora, dimenticate anni di pratica e retorica letteraria sulle corride, dimenticate Hemingway, dimenticate "Le cinco della tarde" di Garcia Lorca, dimenticate Manolete, Dominguin, Ordoñez, El Cordobes, i loro traje de luces, le veroniche, le banderillas, i picadores, l’espada. Ed ecco arrivare di nuovo “Ferdinand” non più cortometraggio ma film a cartoni animati sempre con la benedizione della Disney. Il ritratto del torello da giovane è un po’ lo stesso, albero ombroso, fiori prediletti, una piccola bambina amica e campagnola in più, un cane. Ma Ferdinand cresce e diventa un bestione nero e dolce ma di stazza enorme, perfetto per l’ultima esibizione del torero Primero ridicolizzato fin dalla sua prima apparizione in baffetti impomatati e chiappe esibite nella loro tonicità. Ferdinand viene catturato e portato nell’arena dove sarà lui a invertire le parti e a toreare il torero, tra lo stupore e poi gli applausi della folla. E in premio un meritato ritorno alla vita agreste sotto il suo albero in mezzo ai fiori.
 
La prima parte del film, quella campestre, è bella da vivere per chi la pratica ma più ovvia per chi la vede, a parte la singolarità di una capra sbilenca coach dei tori e tre cavalle snob e vanesie che parlano con forte accento teutonico. Nella seconda parte la dinamicità da cartoon  si scatena tra gli orrori fin troppo realistici di un macello, l'odissea del viaggio in città e il trionfo al contrario in arena. Un film animalista e pacifista, natalizio e post natalizio. Che magari non stona in un mondo dove un Nordcoreano e un Americano si sfidano sopra le nostre teste a colpi di chi ce l’ha più lungo. Il missile, naturalmente.
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