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Cinecittà

Lizzie Doron, Giuntina 2017

Ex libris - Elisabetta Bolondi 11/01/2018

La copertina del libro La copertina del libro La scrittrice israeliana Lizzie Doron si cimenta in questo libro appena pubblicato dalla casa editrice Giuntina di Firenze in un'operazione coraggiosa, difficile da riassumere e da raccontare. L'autrice, parlando  in prima persona, descrive il lungo e tormentoso rapporto che l'ha legata a un uomo palestinese, Nadim, un personaggio fittizio che riassume in sé tante delle caratteristiche che ha incontrato nel suo tentativo, che dura da anni, di contribuire alla costruzione della pace in Medio Oriente, tra due popoli, che chiedono di vivere la loro vita senza rischiare ogni giorno di perire per mano del nemico nelle strade di Gerusalemme.
 
Lizzie Doron vive a Tel Aviv, è una scrittrice di successo, è sposata felicemente con Dani, viene a Roma invitata ad un convegno sulla pace organizzato dall'italiana Maria, nel suo intervento racconta la propria storia e le ragioni dello Stato d'Israele, lei figlia di una tedesca scampata miracolosamente alla Shoah. "Lo Stato d'Israele ha accolto tutti gli ebrei che erano stati perseguitati nella Diaspora, nel nostro paese sono arrivati i sopravvissuti della Shoah. Sono arrivati anche quanti fuggivano dalla minaccia dello stalinismo e dai pogrom nei paesi arabi. In sostanza, lo Stato d'Israele è un ospedale psichiatrico per ebrei traumatizzati".
 
Nadim, arabo, e Lizzie, ebrea, pur se non religiosa, mangiano allo stesso tavolo, fanno amicizia, conversano, si raccontano storie di famiglia, lui insegna italiano a Roma, traduce, è colto e raffinato, anche se sua moglie Laila, di Gaza, a Gerusalemme è una reclusa: non può lavorare, uscire di casa, mostrarsi in pubblico. Nadim racconta: "Avevo otto anni quando si sono sentite le sirene e i miei genitori impauriti hanno cercato riparo in cantina, io ancora non capivo di cosa si doveva aver paura. Oggi lo so bene… ma allora, mentre i vostri aerei rombavano nel cielo, sono corso in cortile con la macchina fotografica di mio padre. Volevo fotografare gli aerei e mandare le immagini alla televisione...".
 
Il rapporto di amicizia intenso e difficilissimo, profondo e ambiguo, intimo e saltuario, con lunghi intervalli di silenzio, pieno della speranza di scrivere un libro a quattro mani o di girare un film come se si fosse a Cinecittà, si infrange continuamente contro la realtà drammatica che divide i due popoli che vivono ostili nella stessa città di Gerusalemme, obbligati ad abitare in zone opposte, Est e Ovest, nelle quali si fronteggiano gruppi che non vogliono sentir parlare di deporre le armi, di smettere le persecuzioni: i posti di blocco, la minaccia di attentati sul bus, nei caffè, nei cinema si susseguono.
 
Dalle pagine del romanzo emergono le situazioni quotidiane difficilissime nelle quali sopravvivono tanto gli israeliani quanto i palestinesi. Nadim, sempre in pericolo, tiene in macchina un libro di Grossman, perché pensa che gli potrebbe essere utile ad uno dei tanti posti di blocco, di cui ha una mappa dettagliata che regala a Lizzie, per proporsi come uomo di pace e non come potenziale terrorista. Cinecittà è la parola del sogno, quel sogno di pace che appare sempre più evanescente e lontano.
 
Per Lizzie è una sconfitta, proverà almeno con l'aiuto di un avvocato amico a combattere per il diritto di Laila di abitare liberamente a Gerusalemme e di spostarsi secondo le esigenze di famiglia. Ma anche questo obiettivo sarà mancato. "Questo libro è dedicato alla madre di Nadim e a tutte le madri che sono riuscite a indurre i propri figli a scegliere la pace e non la guerra". E' l'epigrafe di questo libro importante, difficile, triste, nelle cui pagine finali si affaccia un piccolo motivo di speranza, la consapevolezza dell'autrice che in questa ardua battaglia non è del tutto sola.
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