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L'insulto

Il miglior film presentato al Festival di Venezia giunge nelle sale

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 07/12/2017

L'insulto L'insulto Che dire di un buon film come questo, produzione franco – libanese parlato in arabo, di cui a Venezia si sono accorti almeno per via di uno degli interpreti maschili, Kamel El Bascha, Coppa Volpi, attore di mezz’età, poco appariscente, che si esprime con grande economia di mezzi, da una vita nel teatro e al suo debutto nel cinema. Kamel ha ringraziato con sobria modestia e dicendo alcune verità: che se non era per tutti quegli spettatori palestinesi di teatro che lo seguono da anni nessuno gli avrebbe mai offerto un ruolo cinematografico e che, al pari di lui tutti gli altri attori del film meritavano un premio. Il suo antagonista, Adel Karam, non è da meno anche se è più estroverso e fumantino nella recitazione. Quanto al regista, Ziad Doueiri, ha una faccia e una capigliatura che non lasciano scampo e che sembrano uscite direttamente da un film di Tarantino. Sarà un caso, ma Doueiri è stato per anni il suo operatore prima di passare alla regia in proprio.  Col suo film riesce a raccontare come in certi paesi, il Libano per esempio, che poi è il suo paese d’origine, sia troppo facile passare da una banale lite quasi da condominio all’aula di un tribunale, ma anche alla storia transitando per la tragedia o almeno per memorie tragiche. Vent’anni di guerra civile in Libano sono finiti – racconta Doueiri - senza vincitori né vinti, pagando prezzi altissimi da entrambe le parti, nascondendo parecchi scheletri negli armadi e sotto i tappeti, dove un’amnistia generale è diventata un’amnesia generale, dove è impossibile dire chi siano i buoni e i cattivi’. E nessuno ha l’esclusiva della sofferenza.
 
Beirut: Toni, elettrauto appagato del suo lavoro con bella moglie incinta, annaffia le piante del suo balcone. Ma, senza farlo apposta, dal tubo fuori norma esce acqua che va a finire in testa a Yasser, ingegnere che dirige di un cantiere proprio lì sotto, per giunta profugo palestinese mussulmano mentre Toni  è cristiano maronita. L’ingegnere dà dello stronzo all’ elettrauto, poi per farsi perdonare come gli suggerisce il capocantiere, gli mette a norma il tubo ma l’elettrauto lo spacca apposta di nuovo. Insulti, pugni sulle costole. Nessuno vuole cedere mentre le rispettive mogli intervengono per calmare le acque. In tribunale sono difesi uno da una rampante avvocatessa pro palestinese e l’altro da un principe del foro pro maroniti. Caso vuole che siano padre e figlia contrapposti, ognuno per affermare principi e rivalse. Nel frattempo gli insulti sono passiti da ‘stronzo’ a ‘Sharon avrebbe dovuto farvi fuori tutti’. Dal condominio a caso nazionale mediatico e scontri in tribunale che fanno riaffiorare il passato dei due contendenti Yasser e Toni, ognuno con le sue sofferenze, Toni è sopravvissuto bambino alla strage di Damur nel ’76, città cristiana a sud di Beirut. Mentre il tribunale va per la propria strada, dopo un’ennesima udienza la macchina di Yasser non parte, Toni scende dalla sua e, muto, la ripara e rimette in moto. Poco tempo dopo, a casa, troverà il tubo di scarico magicamente riparato. Sono ancora gli uomini a contare più dei tribunali, sembra  voler dire Doueiri, che non a caso viene da una famiglia di giudici e avvocati.
 
P.S. Ho appena finito di scrivere la recensione del film ed esce la notizia che il regista è stato arrestato, non per questo film , non ce ne sarebbe  davvero ragione, ma per uno precedente . Nel frattempo Luckyred, distributore italiano di “The insult” , informa che il film è stato scelto per rappresentare il Libano ai prossimi Oscar. Per il film precedente sembra che Doueiri sia accusato – lui di famiglia pro palestinese – di aver cospirato con il gli israeliani . E’ il Medioriente, bellezza!     
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