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Il corpo

Giorgio Montefoschi, Mondadori 2017

Ex libris - Elisabetta Bolondi 26/10/2017

La copertina del libro La copertina del libro Attento e brillante giornalista di viaggi, curioso osservatore di atmosfere disparate, Giorgio Montefoschi nei suoi romanzi usa un diverso registro: in essi si respira un senso di ricorrente dejà vu, quasi che l'autore volesse ripercorrere sempre le stesse strade, tracciando con diversi personaggi le ubbie, le ridondanze, il vuoto esistenziale che i prototipi di una borghesia romana dai tratti ampiamente riconoscibili mettono in scena pur se con trame diverse, lungo tutto il susseguirsi dei suoi diciotto romanzi pubblicati. Giovanni Dalmati è un avvocato sessantenne, studio e casa in Prati, elegante moglie coetanea, Serena, che nel nome riflette anche il carattere. Il figlio Marco lavora nello studio paterno, è sposato con Lucilla, hanno due maschi e aspettano il terzo figlio, sarà certamente la desiderata femmina. Il fratello più giovane di Giovanni, Andrea, fa il giornalista, un po' controvoglia, vive ancora nella casa di famiglia, nei pressi di Piazzale delle Muse, e ha una relazione non del tutto riuscita con la quarantenne Ilaria, madre single con una bambina, boutique a Vigna Clara, esuberante e sensuale.
 
Malgrado la solidità del rapporto con Serena, la centralità della vita familiare, l'abitudine di trascorrere in una vecchia casa in Alto Adige le vacanze, le sicurezze insomma di una perfetta vita borghese agiata, Giovanni si innamora in modo dirompente della bella Ilaria, che per lui lascia Andrea e lo asseconda in un rapporto fatto di forte sensualità: il corpo della giovane donna suscita nell'avvocato destinato al declino, un disturbo cardiaco lo ha già minacciato, un desiderio irresistibile anche se il prezzo che deve pagare è enorme: solitudine, disprezzo, senso di colpa, amarezza, decadenza psico-fisica ormai incombente. Quello che caratterizza la prosa di Montefoschi è una attenzione quasi maniacale ai dialoghi, lunghi ma fatti di frasi brevi, che ci raccontano le vite intime, i tic, le abitudini linguistiche, i gusti, gli abiti, i luoghi in cui si aggirano i suoi personaggi. Le tinte tenui, il filo di perle, le scarpe basse, i golf a collo alto con cui viene descritta Serena, la moglie, solida paladina dell'amore abitudinario, fatto di letture comuni, plaid sul divano, tazze di tè con pane tostato e miele, amore per i nipotini e per la nuora incinta, fedele custode dei rituali pranzi domenicali.
 
Al contrario Ilaria è inquieta, modaiola, tacchi alti, camicetta aperta, una tentazione contro cui Giovanni non ha difesa; il triangolo cittadino in cui tutto si svolge, tra Prati, Parioli e Vigna Clara, quella zona ormai giornalisticamente definita Roma Nord, regna nelle descrizioni accurate, topograficamente perfette, che Montefoschi ripete quasi ossessivamente: lo seguiamo al Pincio, davanti all'orologio ad acqua di Villa Borghese, alla casina Valadier, al Caffè delle Arti, alla Galleria Borghese, al Parco dei Daini; seguiamo i suoi percorsi culturali, la presentazione di un libro sulle palazzine romane degli anni Trenta, quelle progettate dai grandi architetti razionalisti a via Panama, via Archimede, piazzale delle Muse; le marche di whisky preferite, Glen Grant e Ballantine, i Campari consumati da Rosati, i gin tonic a Vigna Stelluti, le cene al Caminetto di viale Parioli; solo eccezionalmente ci spostiamo all'Aventino, o meglio al Ghetto, con l'amico architetto Bruno Levi, seduti per mangiare all'aperto le specialità della cucina ebraica.
 
La Roma di Montefoschi sembra ferma nel tempo, tutta concentrata in poche strade, ombrose, silenziose, dove quasi non si avverte il traffico né le contraddizioni spaventose che la città sta vivendo. I suoi personaggi tutti concentrati sul privato, sulla autoreferenzialità, sui turbamenti dell'età che avanza minacciosa, al massimo leggono il Corriere della Sera, ma non sembrano essere sfiorati da ciò che sta avvenendo intorno a loro. Una descrizione perfetta di una borghesia che sembra davvero aver smarrito il senso del collettivo, capace solo di contemplare il proprio ombelico, scambiato per il centro del mondo: una peculiarità della borghesia romana già intuita e splendidamente descritta dal primo Moravia, ne "Gli indifferenti", pubblicato nel 1929.
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