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Victoria & Abdul

A qualcuno piace curry

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 13/10/2017

Victoria & Abdul Victoria & Abdul Da una spezia alla regina Vittoria. La storia di come la giornalista Shrabani Basu ha scritto “Victoria & Abdul: the true story of the queen’s closest confident” antefatto liquidato in una svelta didascalia finale di “Victoria & Abdul” di Stephen Frears (dopo Venezia presto in sala) è quasi un altro film. Dunque, la Basu nata a Calcutta, studi in India, appassionata di storie segrete dei rapporti India/Inghilterra, si mette a fare ricerche sulla storia del curry. Scopre che la regina Vittoria ne fu consumatrice ghiotta e seriale. Va ad Osborne House nell’isola di Wight dove la regina amava risiedere e riposare e scopre ritratti e un busto in bronzo di un giovane uomo indiano dall’aspetto regale. Poi visita sul posto la sala Durbar, un monumento all’arte e alla curiosità che la sovrana aveva per quel paese dove non poteva mettere piede per ragioni di sicurezza. Più tardi Basu visita a Balmoral il cottage Karim fatto costruire per ospitare il giovane indiano che Vittoria aveva eletto come suo Munshi , maestro e guru. E poi, scritti a mano e in Urdu dalla regina, conservati all’archivio reale, 13 volumi di diari reali. E poi ancora a Karachi in Pakistan,un nipote del Munshi dà accesso alla giornalista a un diario del 1887 dove Abdul Karim in persona racconta del suo viaggio in Inghilterra per portare una medaglia commemorativa dei cinquant’anni di regno e in seguito di come lui dava lezioni di urdu alla regina e le leggeva le poesie di Ghalb.
 
Il film di Frears – che potrebbe portare come sottotitolo “Curry e pregiudizio” – racconta quest’amicizia e legame speciale tra Victoria e Abdul, quarant’anni di differenza, ma per la sovrana forse fu un modo di reagire alle troppe formalità, costrizioni e falsità di una vita di corte che la imbrigliava, rapportandosi a qualcuno di basso rango ma a suo modo colto, portatore di sincerità nei giudizi, di un modo di vivere secondo una cultura altra, di scoprire attraverso di lui un mondo esotico e lontano e persino un’altra religione visto che Abdul era musulmano. Invece di uno scontro di classe e di culture, una storia di integrazione e di amicizia ovviamente osteggiata dalla corte e dal figlio di lei Bertie, rimasto celebre soprattutto per le sue scorribande sessuali anche nei casini d’oltremanica. E’ un film di Frears come ci si aspetta e che non delude, ironico e commovente insieme, permeato di nostalgia per l’Inghilterra quando era grande, grandioso nelle ricostruzioni, attento a ritrovare le location perfette, interni o paesaggi che siano, la ruvida e piovosa Scozia o i fasti veri della sala Durbar.  Nessuna attrice poteva fare meglio di Judy Dench nel calarsi nel cuore e nella mente di Victoria, nell’esaltarne quella vena ribelle  sopita, capricciosa e punitiva anche con un solo sguardo con quella corte razzista e intrigante, curiosa di altri mondi e culture di cui per altro era imperatrice. Quanto ad Ali Fazal (in India è una star) è un Abdul perfetto con quel suo esprimere rapimento e stupore per la strana fiaba che sta vivendo e insieme una sincerità di sguardo e di giudizio per l’intrigante entourage di corte. Naturalmente i cortigiani sono attori inglesi di qualità superiore, di quelli capaci di dire tutto anche con una semplice alzata di sopracciglio. 
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