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Le otto montagne

Paolo Cognetti, Einaudi 2016

Ex libris - Elisabetta Bolondi 14/07/2017

La copertina del libro La copertina del libro Finalmente, dopo mesi di battage pubblicitari, di articoli, di interviste, di lotte sorde per accaparrarsi il più famoso e chiacchierato premio letterario italiano, il mitico Strega, la giuria si è espressa e, nella magica location del Ninfeo di Villa Giulia, il premio è stato finalmente assegnato a Le otto montagne, di Paolo Cognetti, superfavorito, pubblicato da Einaudi e vincitore già di vari altri premi. Dodici capitoli, due amici, Pietro e Bruno, i genitori di Pietro, una storia di amicizia e soprattutto di amore per la montagna, nella quale si descrivono la solitudine, la neve, il ghiacciaio, la fatica della scalata e dell'arrampicata, i torrenti, i laghi gelati, gli animali, le notti passate nel sacco a pelo, al freddo pungente degli oltre duemila metri di altitudine.
 
Paolo Cognetti ci racconta un'esperienza di crescita, di carattere autobiografico, partendo da un'infanzia cittadina, nella Milano operaia degli anni Ottanta. Ai piedi del monte Rosa, la famiglia compra una piccola baita in un paesino sconosciuto, Grana: lì passeranno tutte le loro estati, lì Pietro incontrerà Bruno, cresciuto con una madre solitaria, senza amici, legato alla natura di quel luogo aspro e difficile da raggiungere. I due ragazzi diverranno inseparabili, pur se entrambi schivi, appartati. Pietro divenuto adulto, stanco di seguire il padre in montagna, si allontana dalla famiglia e si stabilisce a Torino. Solo all'improvvisa morte del padre Pietro torna con sua madre nella casetta di Grana, e ritrova Bruno, che non ha mai lasciato le sue montagne, anche se ha studiato con l'aiuto e l'appoggio dei genitori di Pietro.
 
Nasce fra i due ragazzi una rinnovata familiarità, anzi, attraverso Bruno, Pietro ritrova suo padre, riscopre i sentieri che lui aveva continuato a percorrere, ne rilegge le parole lasciate sui diari nascosti sulle sommità dei monti di volta in volta scalati, accoglie l'inattesa eredità che il padre aveva comprato per lui: un rudere ai piedi di un monte, isolato, che insieme all'amico in una lunga a faticosa estate di fatica improba verrà rimesso a posto e reso abitabile. La storia dei due amici prosegue, raccontata dall'autore con grande sensibilità:
 
"Se fossimo stati fratelli, pensai, Bruno sarebbe stato senz'altro il primogenito. Era lui quello che costruiva. Il costruttore di case, di famiglie, di imprese; il fratello maggiore con i suoi terreni, il suo bestiame, la sua prole. Io ero il fratellino che dilapidava. Quello che non si sposa, non fa bambini e se ne va per il mondo senza mandare notizie per mesi, salvo poi capitare a casa il giorno della festa...".
 
La vita andrà in un'altra direzione, che si scopre nelle ultime pagine di questo romanzo potente, pieno di solitudine, di sentimenti inespressi, di sostanziale infelicità, ma pieno altresì di un rapporto con la natura assolutamente coinvolgente: camosci, cervi, aquile, pesci, mucche, asini, cembri, larici, galline, pietraie, ghiacciai, rocce, slavine, valanghe, sono il lessico sconosciuto agli abitanti di città che diventa l'alfabeto con cui i protagonisti di questa storia parlano e si parlano, per trovarsi vicini, per scoprire i valori dell'amicizia, della fratellanza, della conquista della vetta come la metafora dell'esistenza, fino al sacrificio di sé.
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