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Parliamo delle mie donne

Molta autobiografia nell'ultimo lavoro di Claude Lelouch

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 30/06/2017

La locandina del film La locandina del film Dio è morto, Marx è morto e neanche io mi sento tanto bene, diceva Woody Allen parecchi anni fa. Moustaki è morto, Pierre Barouh è morto, io sto bene ma ho bisogno di ricordare, o forse, di farmi perdonare. Sembra dire così Claude Lelouch, 80 anni a ottobre, col suo ultimo "Salaud on t’aime" da noi uscito solo adesso nell'afa col titolo "Parliamo delle mie donne" anche se il film è di tre anni fa (e Pierre Barouh, quello dello "Shabadaba" di "Un uomo una donna" allora era ancora vivo). C’è parecchia autobiografia in questo film e Lelouch non fa niente per nasconderla. Jaques, famoso fotografo settantacinquenne, ha avuto quattro figlie da quattro donne diverse, ne spunterà poi una quinta che arriverà da Cuba, frutto del soggiorno giovanile del tombeur allora giovanissimo. Per il gossip, Lelouch di figli ne ha sette, da donne diverse. Le quattro di Jaques sono nate a sette anni di distanza una dall’altra, come segnali viventi tra relazioni finite e nuove. "Ne ho fatte piangere parecchie di donne", commenta il fotografo con una punta di civetteria malcelata dal rimpianto. Del resto "siamo fedeli finché non si trova di meglio" è il suo motto sentimentale.
 
Una delle figlie (dai nomi punitivi di Primavera, Estate, Autunno, Inverno) ha scritto persino una biografia del padre davvero poco benevola. E l'ultima donna la vediamo piangente e liquidata con una lettera appiccicata su uno specchio del bagno. "Doveva scegliere tra me e Parigi", sentenzia Jaques che si è appena comprato una splendida proprietà ai piedi del Monte Bianco dove si installa subito. Forse l'ha comprata proprio per costringere l'ultima moglie a scegliere. Ma all'agente immobiliare che gliela ha trovata dirà per sedurla "che l’ha comprata col solo scopo di rivedere proprio lei" (Sandrine Bonnaire dal bel volto segnato e sensibile). Passano le stagioni nel rifugio alpino – con piscina interna e molte macchine fotografiche che hanno scandito il lavoro di Jaques – ma lui è pieno di rimpianti perché le figlie neanche lo degnano di una visita. Solo l'aquila George sembra fargli compagnia oltre all'affettuosa agente immobiliare e al suo medico personale e amico con cui canta "Rio Bravo" rivedendo insieme il film omonimo.
 
E' proprio il medico (il bravo Eddy Mitchell) a escogitare un espediente legato alla salute di Jaques per far accorrere le figlie. E di lì in poi, chiacchiere e pranzi all'aperto come se tutti gli antichi rancori si fossero ricomposti per magia. Fino a un colpo di scena tragico che molto contrasta con l'abituale ottimismo di fondo dei film di Lelouch, nonostante tutto. La location è magnifica, Johnny Hallyday è più che credibile come Jaques, le figlie da rabbiose diventano affettuose, ma certo il film è un po’ stanco, a volte statico e ogni tanto arranca non si sa bene per dove. Oddio, è sempre un Lelouch d'annata, come certi vini o collezioni di abiti firmati non sempre danno il meglio. La frase di Marcel Pagnol dell'inizio "spesso è difficile sapere chi comanda in una famiglia" lascia un po' di suspense prima della risposta. Che è "solo il cane non sbaglia mai".
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