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Le cose che verranno

Una professoressa di mezza etÓ aggredita dagli imprevisti

Rosapurpurea - Ottavio Cirio Zanetti 27/04/2017

Una scena del film Una scena del film Viene in mente quasi subito il cinema di Eric Rohmer, quei suoi ‘contes moraux’, racconti morali in cui con dialoghi essenziali, come i movimenti della macchina da presa, sapeva dire così bene di vite di adolescenti e dei loro problemi senza voler ammorbare con dita alzate ammonitorie ma semplicemente mostrando cose e modi di vita. Molto più ambizioso è “l’Avenir – Le cose che verranno” di Mia Hansen–Loeve, moglie di Olivier Assayas e figlia di due filosofi. Intanto, il suo è un film molto di sceneggiatura, i dialoghi puntano in alto per via delle citazioni a contrasto con la semplicità delle immagini.
 
Si comincia in Bretagna, a St. Malo, con visita alla tomba di Chateaubriand sepolto in uno sperone di roccia, davanti e intorno solo quel mare che cambia ogni sei ore, ci sono le maree più estese d’Europa da quelle parti. Poi la vita di Nathalie (Isabelle Huppert sempre in scena con la macchina da presa che la segue ovunque – il film si regge tutto su di lei) prosegue a Parigi dove insegna filosofia in un liceo. Ha due figli adolescenti da un marito, filosofo anche lui, una casa piena di libri anche nel tinello/pranzo, una collana di libri da dirigere, un ex allievo prediletto che ormai scrive anche lui saggi di filosofia e insegue sogni post sessantotteschi di vita in una comune e ideali vagamente anarchici, ovviamente in campagna, nel Vercors.
 
Le cose cambiano intorno a Nathalie quasi senza che lei se ne accorga o che la filosofia, che vorrebbe praticare anche nella vita oltre che in cattedra, le venga in soccorso come vorrebbe. Tra le tante dotte e illustri citazioni manca “De consolatione philosophiae” di Boezio, proprio quella che ci vorrebbe nella vita di Nathalie. La sua mezz’età che sembra tranquilla viene progressivamente aggredita dagli imprevisti. Se ne va il marito che le comunica di amare un’altra, ovviamente più giovane. Dopo un po’ se ne andranno anche i figli e la madre, a malincuore depositata in una casa per anziani, non ci metterà molto a morire lasciandole in eredità una gatta nera, scontrosa e obesa, Pandora.
 
Di tutte le perdite, accettate si direbbe senza battere ciglio con una certa scontrosa rassegnazione, sembra che quella che le crei più dispiacere sia la perdita di una bella e rustica casa dalle parti di St. Malo, dove ha passato estati felici con marito e figli. E poi i libri che l’ex marito si è portato via senza chiedere il permesso. Anche l’abolizione della collana da parte dell’editore in nome di chissà quale marketing, non sembra gettarla nel panico. Resta l’ex allievo nella cui comune anarchico-campestre Nathalie può rifugiarsi ogni tanto per riprendere le forze e magari ritrovare l’istinto di aver ancora voglia di guardare all’avvenire. Ma è soprattutto Pandora che si riappropria dell’istinto: se ne scappa nel bosco per un giorno, ma a tarda sera torna a casa a regalare a Nathalie un topo di fresca cattura.
 
Alla fine Nathalie si priverà anche di Pandora, regalata all’ex allievo e alla vita rustica del Vercors. Nella scena finale la professoressa di filosofia riprende, forse, contatto con la vita reale, cullando tra le braccia il nipotino appena avuto dalla figlia. Chissà se quell’evento mitigherà un po’ quella sua convinzione che "Il mondo è lo stesso, solo peggiore" e le restituirà un po’ di speranza per l’avvenire. "Finché si desidera si può fare a meno di essere felici, perché si aspetta di esserlo".
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